Qu Dongyu è il primo cinese e primo esponente di un Paese comunista a salire al vertice della Fao, l’agenzia delle Nazioni Unite. Ha sconfitto con 108 voti una rivale agguerrita come la francese Catherine Geslain-Lanéelle che ha ottenuto 71 voti e l’outsider georgiano Davit Kirvalidze, che ha raccolto 12 preferenze.
“È una data storica”. Lo ha dichiarato il neo direttore, 55 anni, biologo e vice ministro dell’Agricoltura, sottolineando che farà di tutto per essere “imparziale e neutro” nel corso del suo mandato che durerà fino al 2023. La Cina ha inflitto una sconfitta all’Europa e agli Usa e occupa una poltrona strategica.
Geslain-Lanéelle si era detta certa del sostegno compatto dei 28 ma non aveva fatto riferimenti a quanta breccia avesse fatto il suo approccio, anche politicamente multilaterale, che metteva l’accento sull’importanza di una prospettiva globale che non rispecchiasse solo il punto di vista europeo, o peggio solo francese, sulle scelte per un’agricoltura sostenibile e una lotta alla fame compatibile con le tematiche ambientali. Sulla vocazione multilateralista di un organismo come la Fao, l’elezione di Qu Donyu apre qualche interrogativo. La fedeltà al Partito-Stato di diplomatici e funzionari cinesi, come è noto, è assoluta. La difesa dei propri interessi pure. Saranno i prossimi mesi a riempire di significato le sue parole di “gratitudine per la madrepatria” e di fedeltà alla mission della Fao da parte della Cina che ne segue “le regole”.
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