Kose: ”Guernica” è il nuovo singolo del rapper e insegnante di religione

“Guernica” è il nuovo singolo del cantautore Kose. All’anagrafe Gianluca Cosentino, mantovano e classe 1979, è un cantautore e insegnante di religione. Fonde «il rap con la sua testimonianza di vita e di fede. Il rap, la musica, la luce: concetti estremamente complementari, ma per molti divisi da tematiche superficiali, frivole, vacue. La concezione errata ed erronea che il rap sia e debba essere sinonimo del racconto di sfarzi, ricchezze ed esistenze vissute al limite della legalità».

Ciao Gianluca, è appena uscito “Guernica”, il tuo nuovo singolo, accompagnato da un meraviglioso videoclip. Come mai questo titolo, cosa paragona la tua canzone alla città spagnola distrutta da un bombardamento aereo e divenuta nota per il quadro di Pablo Picasso?

È un brano che parla di una rinascita interiore. Di un prima e un dopo. È l’istantanea di un preciso momento di vita in cui stavo riflettendo sul nuovo sguardo che ho avuto in dono dal mio cammino di fede e che mi ha permesso di riconciliarmi dopo un lungo e ancora in corso, cammino di guarigione del cuore, con un passato privo di senso. Pur nel pieno della mia giovinezza e delle opportunità nutrivo una insoddisfazione di fondo. Tutte le contraddizioni della nostra società occidentale e tutti i suoi luccichii non mi davano nulla. Durante l’adolescenza, oltre alla musica, sono stato un grande appassionato di film e di arte e un quadro in particolare parlava di me, ed era proprio Guernica di Picasso. Io mi rivedevo in tutto quel caos e in un tutta quella drammatica trama di sofferenze. È un quadro fortemente simbolico. Molti vivono situazioni più o meno difficili e spesso si trovano inermi dentro a un “non sense “, io anche vivevo tutto questo. Poi in maniera del tutto inaspettata e anche se vogliamo irruenta, ho fatto l’esperienza di un infinito Amore, quello di Dio, che non mi ha condannato, né giudicato, ma che mi ha riconsegnato a me stesso. Io avevo già tutti i miei progetti di felicità, ma non erano mai soddisfacenti. Mi sono fidato e non sono rimasto deluso. Per questo dico “non credevo fosse necessario andare al di là di ogni mio piccolo piano”.

Come e quando ti sei avvicinato alla musica?
Mi sono avvicinato da piccolo, come tanti, direi come tutti. Siamo nati in un mondo che ha la musica come sottofondo. In casa mia ne è sempre circolata parecchia e di tutti i generi. Dalla classica al rock, al soul, di tutto. Poi verso i quattordici anni i gusti si sono fatti più selettivi e anche le frequentazioni erano associate a coloro che ascoltavano il genere che piaceva anche a me: il rap, la black music. Nell’adolescenza ero davvero colpito dal rap americano. Un vero pugno nello stomaco in un mondo che percepivo distante dai veri bisogni della gente e anche dai miei. Ricordo che ascoltavo i Public Enemy ed anche a me veniva da cantare “Figth the Power”! Però, se vuoi sapere se ho imparato a suonare uno strumento o se ho fatto qualche scuola di canto, ti dico subito che purtroppo non ho fatto nulla di tutto questo.

Sei un insegnate di religione, oltre che un artista: che connessione senti tra queste tue due professioni?

Apparentemente potrebbero sembrare due mondi agli antipodi, in realtà ci trovo molte analogie. Chi si pone davanti ad una classe non trasmette solo un sapere, ma porta tutto se stesso in uno scambio continuo di conoscenza di sé, di intuizioni, di punti di vista. L’insegnamento è quindi comunicazione, così come lo è l’arte in generale. Nel mio caso specifico, uso la scrittura, accompagnata dalla musica, per esprimermi, per comunicare e per arrivare a chi vuole condividere con me un percorso. Anche l’insegnante fa un po’ questo. Inoltre insegnare mi da vita, così come scrivere e fare dischi.

Che consigli daresti ai giovani che vogliono avvicinarsi alla musica?

Non ho molti consigli da dare. La musica, ma l’arte in generale, sono strumenti che abbiamo per esprimerci al meglio. Noi non siamo solo profitto ed efficienza, siamo anzitutto relazione. La musica è relazione. Ognuno di noi poi avverte che ci sono una o più direzioni che lo attraggono e che sono già presenti come predisposizione, il talento direi. Quello va messo a frutto. In questo modo si è se stessi. Direi quindi di continuare a coltivare una passione che senti parte di te.

Prossimi progetti?

Sto lavorando alla realizzazione del mio prossimo disco.