27 Maggio 2024
Medicina, Salute, Benessere

Il Disturbo primario del linguaggio in Italia affligge 1 bambino su 14

Nel nostro Paese soffre di Disturbo primario del linguaggio (Dpl) un bambino su 14, pari al 7.6% della popolazione generale. Non tutti riescono ad accedere alle cure, soprattutto riabilitative, ad opera di logopedisti professionisti. Per individuare al meglio chi soffre di questa patologia la Federazione logopedisti italiani (Fli) ha lanciato, in occasione della settima Giornata Internazionale della consapevolezza, un identikit in 10 punti del disturbo. “Una persona con DPL può raggiungere il successo scolastico, professionale e sociale se riceve un buon supporto”, “Chi ha un Dpl non sembra diverso dagli altri e il disturbo può non essere subito evidente”, “Una persona con Dpl ha difficoltà di linguaggio non di intelligenza”, “Il Dpl è una condizione che dura tutta la vita”, “Il Dpl interessa persone di tutti i popoli del mondo e di tutte le classi sociali”: questi alcuni dei punti dell’identikit.

“Il Dpl – spiega Tiziana Rossetto, presidente della Fli – è una ‘disabilità nascosta’ caratterizzata da manifestazioni molto eterogenee che vanno da importanti difficoltà nella realizzazione dei suoni del linguaggio, a un vocabolario ridotto o all’uso di frasi poco elaborate. In alcuni casi il bambino o la bambina può addirittura fare fatica ad intrattenere una conversazione, associate a difficoltà di tipo espressivo, di produzione e/o di comprensione del linguaggio”.

“Il mancato riconoscimento delle difficoltà e di trattamento precoce – sottolinea Francesca Mollo, logopedista Fli – può avere ripercussioni sul benessere socio-relazionale ed emotivo in età infantile, scolare e adulta: un linguaggio poco fluido può causare la derisione da parte dei compagni”.

“Per questo – prosegue Ilaria Ceccarelli logopedista Fli -.è importante identificare precocemente le difficoltà linguistiche e garantire un supporto attraverso una presa in carico riabilitativa tempestiva. Da qui il nostro appello alle istituzioni, ai clinici, ai famigliari a unirsi in una azione condivisa di sensibilizzazione e conoscenza sulle necessità e gli ancora troppi bisogni non risolti di questo disturbo”.