Ci sono momenti in cui un album non è solo un insieme di tracce, ma un vero e proprio viaggio, un’esperienza sonora capace di accompagnare l’ascoltatore attraverso emozioni contrastanti e paesaggi interiori. È questo il caso dell’omonimo album dei Gravenia, una band emergente che ha fatto dell’istintività e della profondità il cuore pulsante del proprio progetto musicale.
Abbiamo incontrato la band per scoprire il dietro le quinte di questo debutto e il significato di un disco che non si limita ad essere ascoltato, ma che si vive. Tra ispirazioni, riflessioni personali e la voglia di esplorare senza compromessi, i Gravenia ci hanno regalato un’intervista ricca di spunti e passione.
Benvenuti, Gravenia. Partiamo dal vostro album d’esordio: com’è nato il progetto e cosa rappresenta per voi questo disco?
Il progetto nasce con l’intento di fondare una band che avesse sonorità ben precise e che ci permettesse di esprimerci liberamente. In questi due anni abbiamo suonato molto e l’idea di registrare il nostro primo disco è stata un’esigenza naturale. Per noi è un punto d’inizio importantissimo per dare un’identità al nostro progetto.
La prima traccia, Cosmo, apre il disco in modo quasi onirico. Qual è il significato dietro questa scelta?
Abbiamo optato per Cosmo come prima traccia dell’album perché sia in termini musicali che concettuali ci sembrava più idonea, rappresentando un po’ quello che è l’inizio del nostro viaggio.
Nel disco ci sono brani molto energici come Belve e altri più riflessivi come Infinità. Come siete arrivati a trovare questo equilibrio?
Non è stata una scelta voluta o pianificata. Tutte le canzoni hanno lo stesso input istintivo e canzone dopo canzone si è creata la dimensione giusta per il nostro primo lavoro in studio.
In Maremoti affrontate un tema delicato come la perdita. Potete parlarci di questo pezzo?
Maremoti affronta il tema della perdita di un genitore, in questo caso di una madre. E del disorientamento che provoca un evento del genere nei confronti di un figlio.
C’è una traccia strumentale, Vetro, che sembra essere una pausa all’interno dell’album. Qual è il suo ruolo?
Vetro è un respiro profondo, l’attimo tranquillo prima di un peggioramento. Volevamo ci fosse un ponte tra la prima e la seconda parte del disco.
La seconda parte del disco si fa più cupa, con brani come Serpenti e Sciame. Come avete affrontato temi così intensi?
È il nostro modo di scrivere e suonare a dettare i temi che affrontiamo, non il contrario. Ci siamo semplicemente lasciati trasportare da un’atmosfera.
L’album si chiude con Ossigeno, che sembra riprendere i temi introdotti in Cosmo. Era una scelta voluta?
No, Ossigeno nasce da un semplice giro di chitarra e non immaginavamo diventasse l’ultima canzone dell’album. Abbiamo pensato che su quel tappeto sonoro stesse bene una linea vocale. Involontariamente, è nata la canzone che adesso chiude il disco.
Che cosa vi augurate che l’ascoltatore porti con sé dopo aver ascoltato Gravenia?
Ci auguriamo di suscitare una reazione, un sentimento, un’emozione. È secondo noi l’obiettivo che hanno i dischi, le canzoni.
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