Il disagio giovanile, l’impoverimento delle famiglie e la crisi della mobilità sociale: le conseguenze di un Paese che ha smesso di investire sul proprio domani.
di Francesco Rao*
Improvvisamente, in tanti, si sono accorti che i giovani esistono. Saranno state le manifestazioni, le prese di posizione o la propagazione di un malessere rimasto troppo a lungo sottaciuto? Una cosa è certa: l’inquietudine che attraversa le nuove generazioni non nasce oggi. È il risultato di decenni di contraddizioni politiche, economiche e sociali che hanno progressivamente compromesso uno dei presupposti fondamentali della democrazia riconducibile nella possibilità di migliorare la propria condizione attraverso lo studio, il lavoro e l’impegno. Le manifestazioni che hanno interessato diverse città europee e italiane meritano una lettura capace di andare oltre la cronaca. Gli episodi di vandalismo devono essere condannati senza esitazione e perseguiti secondo la legge. Ma sarebbe un grave errore confondere le responsabilità penali individuali con le ragioni sociali di un disagio collettivo. Quella che attraversa l’Europa sembra assumere i contorni di una nuova stagione di partecipazione. Dalla Spagna, dove il caro affitti ha trasformato il diritto all’abitare in una questione generazionale, alla Francia, attraversata da tensioni sociali legate anche al costo della vita, fino alle piazze di Milano e Roma, emerge un’inquietudine che supera i confini nazionali. Anche da Berlino giungono segnali di mobilitazione attorno alle condizioni materiali dell’esistenza del mondo giovanile. Ma è soprattutto dalla Serbia che arriva un elemento di straordinario interesse: un movimento nato dal basso, alimentato dalla protesta promossa dagli studenti contro la corruzione, ha saputo trasformare la partecipazione collettiva in consenso elettorale, conquistando la maggioranza parlamentare attraverso la legittimazione popolare. Non si tratta di fenomeni identici né necessariamente coordinati, ma di esperienze che, nella diversità delle rivendicazioni, sembrano condividere una domanda fondamentale: quale futuro sono ancora disposte a garantire le nostre società alle nuove generazioni? C’è un elemento ancora più significativo, che merita di essere osservato attraverso una prospettiva sociologica. Per troppo tempo i giovani sono stati insieme grazie alla rete Internet, ma non erano massa critica tangibile, unita e presente materialmente sulla scena sociale. Oggi potremmo affermare che la presenza sino ad ora veicolata tramite social si è spostata dall’etere, occupando spazi reali ed i giovani sono diventati protagonisti di un tempo nel quale la loro azione concreta potrebbe divenire speranza collettiva. È proprio questo passaggio, dalla connessione virtuale alla partecipazione reale, a consegnarci una prospettiva nuova nella quale, una generazione che sembrava aver trasferito nell’universo digitale gran parte delle proprie relazioni torna a riconoscersi nella dimensione collettiva dello spazio pubblico. Non è soltanto una protesta. È la possibilità che il disagio individuale acquisisca una coscienza condivisa e che una generazione torni a percepirsi come soggetto capace di incidere sul cambiamento sociale. La vera questione, che personalmente osservo con curiosità, rimane un’altra: l’ascensore sociale, a quanto pare, non si è bloccato soltanto in Italia, si è bloccato anche in altre grandi realtà europee ma i segnali registrati offrono alle scienze sociali nuove opportunità di osservazione. Per generazioni, la scuola e l’università hanno rappresentato strumenti di emancipazione. Studiare significava poter aspirare a una condizione migliore rispetto a quella dei propri genitori. Oggi questa promessa appare sempre più fragile. Giovani altamente qualificati accumulano lauree, master, specializzazioni e abilitazioni, mentre l’ingresso in un’occupazione stabile e dignitosamente retribuita viene continuamente rinviato. Il paradosso sociale nel quale stiamo vivendo appare evidente. Mentre da una parte chiediamo ai giovani di essere sempre più preparati, dall’altra non siamo capaci a costruire un sistema che riconosca adeguatamente il valore della loro preparazione. Pierre Bourdieu ci ha insegnato quanto le disuguaglianze sociali tendano a riprodursi attraverso la diversa disponibilità di capitale economico, culturale e relazionale ecco perché, quando il merito non riesce più a tradursi in mobilità sociale, il destino delle persone torna a dipendere prevalentemente dalla famiglia di origine. Chi dispone di risorse può permettersi anni di formazione, tirocini scarsamente retribuiti e lunghi periodi di attesa. Chi proviene da famiglie economicamente fragili deve spesso rinunciare alle proprie aspirazioni e in tale dinamica credo si possa individuare la causa scatenante che anima le manifestazioni e gli scioperi di questo momento storico. L’impoverimento, dunque, non riguarda soltanto il reddito. Riguarda la libertà di scegliere, l’autonomia personale e la possibilità di progettare la propria esistenza. Proviamo ad intendere ciò come una forma di impoverimento biografico che compromette l’emancipazione, rinvia la formazione di nuove famiglie e alimenta l’emigrazione dei giovani più qualificati. In tal senso, la questione osservata assume proporzioni ancora più preoccupanti se consideriamo l’invecchiamento della popolazione italiana. Ed allora, proviamo a farcela una domanda: come potremo sostenere il sistema previdenziale e il welfare se continuiamo a ritardare l’accesso delle nuove generazioni a percorsi lavorativi capaci di garantire retribuzioni adeguate e continuità contributiva? Non si tratta di contrapporre giovani e anziani. Si tratta di ricostruire un patto intergenerazionale nel quale l’esperienza degli adulti e le competenze dei giovani diventino risorse complementari anziché componenti di un sistema incapace di rinnovarsi. Anche le decisioni politiche del passato dovrebbero indurci a riflettere. Dalle scelte energetiche alla programmazione sanitaria, fino alle politiche occupazionali e formative, troppe volte abbiamo privilegiato soluzioni immediate senza valutarne adeguatamente le conseguenze nel lungo periodo. Il risultato è un Paese che fatica a crescere, nel quale i costi produttivi penalizzano la competitività, le retribuzioni stentano a migliorare e il lavoro non sempre garantisce protezione dall’impoverimento. Ma esiste un rischio ancora più grave che proverò ad illustrare ricorrendo a quanto scrisse Robert K. Merton il quale aveva evidenziato come la distanza tra gli obiettivi socialmente condivisi e le possibilità concrete di raggiungerli possa alimentare tensioni e comportamenti di rottura. Quando una società continua a celebrare il successo individuale senza garantire condizioni ragionevolmente eque per conseguirlo, il disagio può trasformarsi in sfiducia verso le istituzioni. La storia ci insegna quanto le fratture sociali possano diventare pericolose quando la politica rinuncia a comprenderle. Non serve evocare improprie analogie storiche o immaginare responsabilità occulte è sufficiente riconoscere che una democrazia incapace di offrire prospettive alle nuove generazioni rischia di indebolire la propria coesione. La vera emergenza non è soltanto rappresentata dai giovani che protestano, ma soprattutto da quelli che hanno smesso di credere che impegnarsi possa servire a cambiare la propria condizione. Ecco perché, secondo me è arrivato il momento di intervenire. Non attraverso provvedimenti occasionali o annunci destinati a esaurirsi nel tempo della comunicazione politica, ma mediante una strategia nazionale capace di rilanciare la mobilità sociale, valorizzare il capitale umano, ridurre la precarietà e restituire centralità al lavoro. La politica deve comprendere che il tempo delle persone non è una variabile amministrativa. Ogni anno trascorso nell’incertezza può rappresentare un progetto familiare rinviato, un’opportunità perduta, un talento costretto a cercare altrove il proprio riconoscimento. Al contempo, è necessario recuperare una cultura della responsabilità. Ai giovani dobbiamo garantire diritti e opportunità, ma dobbiamo anche chiedere il rispetto dei doveri, delle regole democratiche e dell’impegno individuale. La cittadinanza non può essere ridotta alla rivendicazione dei diritti, così come la responsabilità non può essere richiesta soltanto a chi subisce le conseguenze delle scelte altrui. L’Italia ha saputo affrontare crisi profonde, ricostruendosi attraverso il lavoro, la solidarietà e il coraggio delle proprie generazioni. Oggi, la sfida è diversa. Non dobbiamo ricostruire ciò che è stato distrutto, ma restituire credibilità a un futuro che troppi giovani non riescono più a immaginare. Per farlo occorre il coraggio di superare gli interessi contingenti, riconoscere gli errori e affrontare problemi rimasti per decenni sotto il tappeto. Perché un Paese nel quale i figli non riescono più a migliorare la condizione dei propri genitori e sono costretti a svendere l’eredità ricevuta non è semplicemente un Paese economicamente in difficoltà. È una società che rischia di tradire la promessa fondamentale sulla quale si regge la propria democrazia. E quando si blocca l’ascensore sociale, non sono soltanto i giovani a rimanere fermi. È l’intera Nazione a smettere di percorrere la strada del progresso.
*sociologo – docente a contratto Università “Tor Vergata” – Roma
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