Ricerca e sviluppo: una fotografia impietosa per Europa e Italia
Osservare quanto un sistema industriale riesce a trasformare ricerca, competenze e capitali in tecnologie scalabili è il modo più semplice per capire se sta davvero investendo nel futuro. Oggi, però, la fotografia per l’Europa e soprattutto per l’Italia è impietosa. Non perché manchino casi di eccellenza, ma perché il divario si sta spostando dal ciclo economico alla struttura: chi innova di più accumula vantaggio, chi rincorre paga margini, tempi e dipendenze tecnologiche. In questo contesto, anche tecnologie come AI, digital twin ed extended reality sono strumenti che diventano disponibili e convenienti quando l’ecosistema di ricerca e sviluppo è abbastanza forte da sostenerli. Abbiamoa analizzato la situazione sia a livello mondiale, che nel Bel Paese, insieme agli esperti di Cignoli Elettroforniture.
Ricerca e sviluppo: la situazione a livello mondiale
A livello globale la spesa in ricerca e sviluppo ha raggiunto un livello senza precedenti: 3.800 miliardi di dollari, con Stati Uniti e Cina che consolidano il primato arrivando entrambe attorno alla soglia dei 1.000 miliardi annui. Non possiamo quindi parlare di crescita diffusa, ma di polarizzazione. Le stime indicano che la crescita reale della spesa R&S nell’area OCSE, al netto dell’inflazione, è rimasta al 2,6%, invariata rispetto al 2023. Dentro questa media le traiettorie divergono: la spesa è aumentata del 3,4% negli Stati Uniti, mentre nell’Unione Europea la crescita si è fermata allo 0,4%. La Germania, principale economia UE, ha persino registrato un -0,4%.
Inoltre, quando si confrontano i Paesi non dobbiamo dimenticare la metodologia di calcolo adottata. Per esempio, misurando con la parità di potere d’acquisto (PPA), la Cina risulta ormai in un intervallo tra 90% e 102% della ricerca statunitense, mentre con tassi di cambio ufficiali, appare circa al 50%. Infine, cambiano anche le priorità dei fondi pubblici: nel 2024 i fondi governativi per la ricerca nell’area OCSE sono scesi del 4,1%, nello stesso periodo i fondi per energia e ambiente sono diminuiti dell’8%, mentre la spesa per la difesa è cresciuta con picchi del +11,5% nell’UE e del +17,9% in Giappone. Tradotto: le risorse non spariscono, vengono riallocate.
Perché le imprese europee e italiane sono rimaste indietro
- Il primo motivo è numerico e strutturale: in termini di potere d’acquisto, la spesa R&S dell’UE è scesa al 60% rispetto a quella statunitense e seguendo gli attuali tassi di cambio si ferma al 43%.
- Il secondo motivo riguarda chi finanzia l’innovazione. Nell’area OCSE, il settore privato copre il 73% della spesa complessiva in R&S. Se la spinta delle imprese è il motore, allora un tessuto industriale che investe poco o in modo discontinuo inevitabilmente rallenta su tutto, dalla sensoristica all’automazione, fino ai layer digitali come digital twin, AI ed extended reality, che richiedono dati, sperimentazione e competenze per essere messi in bolla.
- Il terzo motivo è la qualità delle scelte di politica industriale quando si prova ad accelerare: qui entra il caso Transizione 5.0 raccontato come occasione mancata. Il piano si chiude formalmente il 28 febbraio 2026 dopo 27 mesi e tre fasi di crisi, con un passaggio critico a novembre 2025 con l’esaurimento risorse dichiarato e migliaia di domande in sospeso. I numeri riportati sono difficili da ignorare: si passa dall’1,6% dei fondi utilizzati a un surplus di 2,3 miliardi. E il decreto fiscale del 27 marzo chiude la vicenda con un credito del 15,75% per chi si aspettava il 45%.
Per un’impresa che deve pianificare, questo tipo di volatilità produce un effetto disastroso con progetti complessi che vengono spezzati o ridimensionati, come quelli che richiedono invece una roadmap e integrazione sistematica. Senza continuità, l’innovazione resta prototipo. Con continuità, diventa standard operativo.
Il quadro globale mostra che la ricerca corre dove esistono scala, continuità e capitale paziente. L’Europa e l’Italia pagano invece un ritardo che sta diventando strutturale, sia per volumi, sia per capacità di trasformare strumenti pubblici in investimento privato stabile.
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