Il volume Annabella Rossi. Album di famiglia di un’antropologa (Squilibri, 2025), di Francesco Faeta e Francesca Romana Uccella, è stato presentato nei giorni scorsi dai docenti Anna Iuso e Antonio Fanelli presso l’Aula Frugoni dell’Università La Sapienza di Roma, Dipartimento di Storia-Antropologia-Religioni-Arte-Spettacolo, davanti a un pubblico numeroso di giovani studenti della Scuola di specializzazione.
Nell’aprire i lavori, il professor Fanelli ha subito messo in evidenza gli aspetti e i tratti della personalità di Annabella Rossi, definendola una figura di grande originalità e testimone di una partecipazione osservante. Una definizione che ha cercato di spiegare attraverso la modalità demartiniana e di Annabella Rossi di fare etnografia, la quale riusciva ad ottenere risultati particolari grazie a un comune orizzonte ideale di cambiamento sociale. In concreto, persone colte, borghesi, professori e studiosi che si recavano presso luoghi marginali e periferici, a contatto con una umanità con la quale a volte non condividevano nulla, e neppure la lingua (poiché le persone intervistate si esprimevano solo in dialetto), con barriere di comportamento e di stile molto forti, riuscivano ad abbatterle riconoscendosi in un progetto comune con i ceti popolari subalterni. Questi credevano in De Martino, Annabella Rossi, Carpitelli e altri, e in loro vedevano dei compagni e delle persone di fiducia. Quello che loro facevano non era un esproprio, ma un lavoro che sarebbe tornato utile alla loro causa, che passava dalla denuncia e dalla rivendicazione di miglioramento della loro condizione di miseria. Annabella Rossi ha incarnato questa postura nel modo più efficace.
Alberto Mario Cirese rivendica questo approccio, ma mette anche in guardia dal rischio di annullarsi in una dimensione troppo empatica, di spontaneismo. A distanza di anni, ha proseguito il professor Fanelli, apprezziamo il coraggio di Annabella Rossi per essersi messa in gioco, tanto che viene considerata precorritrice dei tempi pur rischiando di rimanere esposta alle critiche e alle dure polemiche. Dai suoi cassetti emerge una grande vitalità e una rete di relazioni piena di vita e di energia, soprattutto nel suo periodo giovanile. E, del resto, Annabella Rossi, i suoi cassetti li aveva aperti lei, e si può dire che in Italia è stata la prima a farlo. Dopo Le feste dei poveri, vengono pubblicate le Lettere da una tarantata, un libro ancora oggi emozionante per il coraggio di rendere oggetto letterario la scrittura popolare di una donna semi-alfabetizzata.
In questo album, Annabella Rossi è una guida importante sotto tanti punti di vista e la si scopre anche in una dimensione personale. Qui è molto in evidenza la sua famiglia, il compagno Michele Gandin a cui uno degli autori, Francesco Faeta, rivolge pensieri lucidi ma anche molto commossi per il suo lavoro di documentarista e fotografo, che aveva lavorato per molti anni con De Martino. Sulla fotografia, ha proseguito il relatore, Annabella è stata ancora una volta precorritrice, anche qui rischiando, per non essere in piena sintonia con un’antropologia che non riconosceva all’immagine, al suono, al video lo statuto di fonte scientifica. Quella stagione così epica ha prodotto tanto materiale audiovisivo di pregio, perché c’era l’impegno divulgativo e politico che lo richiedeva. In De Martino, per non parlare di Cirese, che non le assegnava nessun ruolo nel suo manuale Culture egemoniche e culture subalterne, i fondi fotografici e audiovisivi, ancora nel ’73, non avevano alcun peso e non godevano di particolare considerazione.
Annabella Rossi, che ha lavorato tanto con la fotografia, si muoveva anche lì su un crinale delicato, perché l’antropologia del tempo dava un ruolo alla fotografia di sola divulgazione del lavoro politico e pertanto la considerava come appendice del testo e non come portatrice di elementi di conoscenza ulteriori rispetto alla parola, al testo, alla scrittura. Anche in questo, ha concluso il professor Fanelli, Annabella Rossi è stata una figura di grande originalità.
Nel suo intervento, la professoressa Anna Iuso ha sottolineato come l’occasione della presentazione dell’album di famiglia di Annabella Rossi diventi anche motivo di discussione sulla vita degli antropologi, lo spirito che li anima e il materiale che essi raccolgono nelle diverse realtà oggetto dei loro studi. Lo stesso spirito, ha proseguito, che trovo nel volume, scritto e costruito con grande cura delle immagini, da Francesco Faeta e Francesca Romana Uccella, che è in buona parte la narrazione della vita dell’antropologia che viviamo e di cui siamo eredi. È uno spaccato di un momento della storia dell’antropologia che, dalla figura di Annabella Rossi e dalle fasi del suo vissuto, arriva a percorrere e intrecciare la storia e le vite di altri grandi antropologi, costruendo in tal modo l’antropologia con le pratiche, le prassi, la teoria e la storia della disciplina, in un connubio che veniva a crearsi attraverso un rapporto strettissimo, raccontato in modo commovente nella prima parte del volume dal professor Faeta, che ha riguardato Annabella Rossi e il professor Luigi Lombardi Satriani, altra figura che ha segnato fortemente i luoghi della Facoltà.
Proseguendo nella presentazione degli autori e riferendosi al professor Faeta, Anna Iuso ha ricordato come egli fosse un fiore all’occhiello della disciplina oltre che docente della Scuola di specializzazione, di recente vincitore del premio Cocchiara. Di Francesca Romana Uccella ha detto che è stata specializzanda della Scuola di specializzazione con alle spalle un articolato percorso di studi e di esperienze anche all’estero. Attualmente ricopre il ruolo di Responsabile dei fondi ex Arti e Tradizioni popolari e della Biblioteca della Sezione del Muciv, oltre ad essere parente prossima di Annabella Rossi e custode del suo archivio fotografico. Passa poi ad illustrare alcune delle 144 fotografie contenute nel libro con l’aiuto e il commento degli autori che aggiungono letture e note più approfondite sul materiale pubblicato, utile a ripercorrere in qualche modo la vita di Annabella Rossi tra viaggi, vita familiare, amicizie, affetti, studi e campagne di ricerca con i grandi specialisti come De Martino, Carpitella, Gandin, Luigi Lombardi Satriani e tanti altri. Di lei, il professor Faeta, nel suo lungo saggio, la descrive come figura estranea al conformismo accademico, distintasi per autonomia e capacità propositiva, oltre che abile a costruirsi una vasta rete di relazioni intellettuali. Nel secondo saggio, invece, è l’autrice, Francesca Romana Uccella, impegnata a ricostruire il contesto familiare anche per la parentela con Annabella.
Antropologa e documentarista, Annabella Rossi fu attiva fin dagli anni Sessanta del secolo scorso al Museo Nazionale di Arti e Tradizioni Popolari – poi confluito nel MUCIV-Museo delle Civiltà – e, dal 1970, anche all’Università di Salerno. Nel 1959 era nella équipe salentina di Ernesto de Martino, da cui ereditò l’interesse per la cultura popolare e la religiosità. A de Martino, si sa, si deve il rinnovamento degli studi demoantropologici nel nostro Paese, sia perché coniugò rigorosamente tensione scientifica e impegno politico, sia perché testimoniò come nel lavoro antropologico sia fondamentale la ricerca sul campo, pur accuratamente preceduta da un’adeguata preparazione teorica, con la ricognizione attenta della letteratura scientifica sull’argomento. Annabella, incarnando questo spirito, ha indagato, come in molti riconoscono, con rigore e passione la condizione dei protagonisti della realtà subalterna, mostrando una carica umana ed una passione verso gli altri da riuscire facilmente ad entrare in contatto con i protagonisti del mondo popolare, realizzando con loro una sorta di empatia, ponendosi alla pari con l’interlocutore. Fu tra le prime a utilizzare fotografia e video come strumenti di ricerca sul campo. Tra le sue opere principali: Le feste dei poveri (1969); Lettere da una tarantata (1970); il documentario Sud e magia.
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