di Paolo Fedele *
Anguillara oggi non è un paese. È un nodo in gola.
È una strada che sembra più vuota del solito, è un silenzio che pesa, è una ferita che non smette di pulsare.
Ha un nome questa ferita: Federica.
Federica non era un titolo di giornale.
Non era una notizia da scorrere con il pollice.
Era un respiro, una voce, una storia fatta di giorni normali, di gesti semplici, di speranze invisibili. Era una donna. E questo dovrebbe bastare per renderla sacra, intoccabile, libera.
E invece qualcuno ha pensato di poterla trattenere.
Di poterla stringere fino a spegnerla.
Di poter decidere per lei dove finiva la sua libertà, dove finiva la sua vita.
C’è una psiche spezzata dietro chi arriva a tanto. Una mente che non sa stare in piedi da sola, che confonde l’amore con il possesso, la vicinanza con il dominio, la paura con il diritto di comandare.
È una fame che non si sazia mai: fame di controllo, fame di conferme, fame di potere sull’altro. Quando l’altro prova a essere libero, quella fame diventa rabbia. E la rabbia, se non trova argini, diventa distruzione.
Ma trattenere una donna a tutti i costi non è amore.
È soffocamento. È negazione dell’anima. È paura travestita da forza.
Una donna non è un confine da difendere, non è una proprietà da custodire, non è un oggetto che risponde ai comandi.
Una donna è un mondo intero. È scelta, è movimento, è diritto di restare o di andare via.
L’amore vero non chiude porte, non alza muri, non scava tombe.
L’amore lascia spazio, lascia aria, lascia futuro.
Federica oggi è diventata un simbolo doloroso. Una voce che non può più parlare ma che continua a chiederci qualcosa:
Perché l’amore non uccide.
Non nasconde corpi.
Non cancella esistenze.
Non trasforma una casa in una prigione.
Federica meritava di vivere. Di scegliere. Di essere libera.
E ogni volta che una donna viene spezzata, siamo tutti chiamati a imparare a proteggere meglio la vita, prima che sia il silenzio a parlare al posto nostro.
* Riceviamo e pubblichiamo
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