Da Ceuta al caso Roggero: perché il modo in cui raccontiamo la cronaca può cambiare il futuro dei nostri giovani
Il confine che divide una democrazia
Ci sono notizie che leggiamo, commentiamo per pochi secondi e poi archiviamo nello scorrere infinito del feed. E poi ci sono fatti di cronaca che meritano qualcosa di più: una riflessione, un’analisi, la capacità di cogliere ciò che li unisce oltre l’apparenza.
Non tanto per il singolo evento in sé, quanto per il modo in cui scegliamo di raccontarlo e per l’impatto che quel racconto finisce per avere sulle nuove generazioni.
Raramente ricorro alle citazioni, ma questa volta sento il bisogno di richiamare una delle pagine più profonde del pensiero occidentale.
“Se si toglie la giustizia, che cosa sono i regni se non grandi associazioni a delinquere?”
Così scriveva Sant’Agostino nel De Civitate Dei.
È una frase che torna puntualmente alla mente ogni volta che osservo come la complessità del mondo reale venga trasformata in un semplice tifo da curva.
Ed è proprio da qui che nasce la riflessione che desidero condividere.
Che cosa hanno davvero in comune Ceuta, una famiglia nei boschi e il caso Roggero?
Chi mi segue da tempo sa quanto mi affascini osservare la realtà da prospettive diverse, cercando di andare oltre la superficie per individuare la struttura concettuale che tiene insieme fatti apparentemente lontanissimi.
Pensiamo a tre vicende che hanno occupato il dibattito pubblico negli ultimi mesi:
- le drammatiche immagini dei confini di Ceuta, in Nord Africa;
- la storia della famiglia che vive nei boschi della Ciociaria, scegliendo una vita completamente off-grid;
- la sentenza sul caso Roggero, il gioielliere condannato per essersi fatto giustizia da solo.
A prima vista sembrano storie prive di qualsiasi legame.
Eppure, se ci fermiamo ad analizzarle con lo sguardo di chi prova a comprendere il funzionamento della nostra società, emerge un unico grande filo conduttore:
Il concetto di confine.
Il confine come fondamento della convivenza
Non parlo soltanto dei confini geografici.
Parlo di tutte quelle linee – materiali, giuridiche e morali – che una società traccia per stabilire dove termina la libertà del singolo e dove inizia la responsabilità collettiva e il ruolo dello Stato.
A Ceuta, il confine è geografico ma anche profondamente umano: la disperazione di chi cerca una possibilità di vita si scontra con il diritto di uno Stato a controllare le proprie frontiere.
Nel caso della famiglia nei boschi, il confine è sociale: fino a che punto dei genitori possono sottrarre un figlio al patto di cittadinanza, all’istruzione e alla vita comunitaria per inseguire un proprio ideale di esistenza?
Nel caso Roggero, invece, il confine è giuridico: quello sottilissimo che separa la legittima difesa dalla vendetta privata, mettendo in discussione il principio fondamentale secondo cui il monopolio dell’uso della forza appartiene allo Stato.
Tre storie diverse.
Un’unica domanda.
Dove si colloca il limite?
Quando la politica trasforma la complessità in slogan
È inevitabile osservare come queste vicende diventino rapidamente terreno di scontro politico.
In particolare, una parte del dibattito pubblico – soprattutto nell’area della destra – tende a utilizzare questi episodi come strumenti di consenso, privilegiando la forza dello slogan rispetto alla complessità dell’analisi.
Il risultato è spesso una narrazione fondata su due pesi e due misure.
Da un lato si criminalizza la disperazione di chi tenta di oltrepassare un confine per sopravvivere.
Dall’altro si guarda con indulgenza chi decide di oltrepassare i limiti imposti dalla legge facendosi giustizia da sé oppure scegliendo deliberatamente di sottrarsi alle regole comuni.
Il rischio educativo
Ed è qui che emerge la questione che più mi preoccupa.
Da educatore, prima ancora che da osservatore della società, credo che il problema non sia soltanto politico.
È culturale.
E riguarda il messaggio che trasmettiamo ai più giovani.
Quando sostituiamo la complessità con gli slogan rischiamo infatti di insegnare che:
- la disperazione di chi fugge dalla miseria possa essere giudicata con gli stessi criteri di chi sceglie consapevolmente di violare la legge;
- la percezione individuale della giustizia valga più delle regole condivise;
- le istituzioni siano legittime soltanto quando confermano ciò che già pensiamo;
- il patto sociale possa essere messo da parte ogni volta che ostacola i nostri interessi.
È un messaggio pericoloso.
Perché alimenta l’iper-individualismo e indebolisce il senso della comunità.
La libertà non è assenza di limiti
Forse abbiamo dimenticato un principio fondamentale.
La libertà non coincide con l’assenza dei confini.
La libertà consiste nella capacità di abitare quei confini con responsabilità, consapevolezza e rispetto degli altri.
Le regole non servono a comprimere la libertà.
Servono a rendere possibile la convivenza democratica.
Quando riduciamo tutto a uno slogan o a un tifo da stadio, il rischio è quello di tornare alla legge del più forte.
Ed è esattamente ciò che una democrazia dovrebbe evitare.
Educare al pensiero critico
Ai nostri studenti, ai nostri figli e, più in generale, alle nuove generazioni dovremmo insegnare soprattutto questo:
non reagire “di pancia”, ma imparare a leggere la realtà nella sua complessità.
Perché una società matura non è quella che offre sempre risposte semplici.
È quella che ha il coraggio di porsi domande difficili.
Scusatemi se oggi mi sono dilungato più del solito, ma era una riflessione che sentivo il dovere di condividere.
E voi, come la pensate?
