Prof aggredita a Centocelle, il gesto del 13enne e le domande sulla scuola: dove finisce la cronaca e dove inizia la responsabilità educativa?
Un’aggressione gravissima, un ragazzo di 13 anni che entra in classe armato, una professoressa ferita, un altro studente che interviene per fermarlo. E, attorno a questa vicenda, un dibattito che rischia rapidamente di trasformarsi in uno scontro politico.
Forse, invece, proprio questo è il momento di fermarsi e provare a distinguere i fatti dalle opinioni.
L’episodio è avvenuto venerdì 18 settembre alla scuola media Giovanni Verga, nel quartiere Centocelle di Roma. Secondo le ricostruzioni disponibili, un alunno di 13 anni ha aggredito l’insegnante di lettere Isabella Marsilio, 66 anni, dopo averle spruzzato dello spray urticante in volto. La docente è stata poi colpita con un coltello, riportando tre ferite al fianco. È stata soccorsa e successivamente dimessa dall’ospedale.
Particolarmente inquietante è l’elemento della preparazione dell’aggressione. Il ragazzo avrebbe portato a scuola due coltelli e avrebbe utilizzato un casco con un telefono o una telecamera per tentare di riprendere l’azione e collegarsi a una diretta su Telegram. I Carabinieri stanno esaminando il telefono del minore e i suoi contatti per ricostruire con precisione quanto accaduto e verificare anche l’eventuale coinvolgimento o istigazione da parte di terzi.
Sono ancora da chiarire, invece, le motivazioni profonde del gesto. Alcuni compagni hanno riferito di un rapporto conflittuale legato anche a insufficienze o debiti scolastici, ma gli investigatori devono ancora completare la ricostruzione del movente.
C’è poi un secondo elemento della vicenda che merita attenzione.
A fermare l’aggressione è stato un altro studente, descritto dalle cronache come un ragazzo di origine congolese. Il suo intervento avrebbe impedito che l’aggressione proseguisse. La stessa Marsilio ha riconosciuto pubblicamente il gesto del ragazzo, arrivando a dire che meriterebbe una medaglia.
La professoressa, inoltre, ha raccontato di aver già perdonato il suo aggressore e di volerlo incontrare e abbracciare. Una posizione personale che può suscitare discussioni, ma che appartiene innanzitutto alla dimensione umana della vicenda.
Il punto più controverso è arrivato quando le è stato chiesto dei suoi orientamenti politici e, in particolare, delle posizioni sulla cosiddetta “remigrazione” emerse in precedenti post pubblicati sui social.
La docente ha sostenuto di non vedere una contraddizione tra quelle posizioni e il riconoscimento del gesto compiuto dal ragazzo di origine congolese. Ha affermato che il giovane ha diritto a stare in Italia e ha ribadito, al tempo stesso, le proprie idee sulla remigrazione.
Ed è qui che la vicenda smette di essere soltanto una cronaca di violenza scolastica e apre una questione più ampia.
Non si tratta di stabilire se una persona abbia il diritto di avere determinate idee politiche. Quel diritto è tutelato dalla libertà di espressione e dalle garanzie costituzionali.
La questione diversa riguarda il modo in cui le convinzioni personali di un insegnante si rapportano con una funzione educativa esercitata all’interno della scuola pubblica.
Sono due piani che non dovrebbero essere confusi.
L’articolo 3 della Costituzione stabilisce il principio della pari dignità sociale e dell’uguaglianza davanti alla legge, senza distinzione, tra l’altro, di razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali. L’articolo 33 tutela inoltre la libertà dell’insegnamento.
Per i dipendenti pubblici, il quadro normativo richiama inoltre espressamente i doveri di diligenza, lealtà, imparzialità e buona condotta. Le successive disposizioni sul comportamento dei dipendenti pubblici hanno rafforzato riferimenti quali parità di trattamento, equità e inclusione.
Questo non significa che un insegnante debba essere una persona senza opinioni.
Significa piuttosto che esiste una distinzione fondamentale tra la libertà personale dell’individuo e l’esercizio di una funzione educativa nei confronti di minori.
È una distinzione che diventa particolarmente delicata quando si parla di identità, origine, cittadinanza, immigrazione e appartenenza.
Per questo anche alcune dichiarazioni pubblicate in passato sui social, qualora fossero autentiche e correttamente attribuite, possono diventare oggetto di discussione pubblica. Non perché un docente debba essere privato delle proprie convinzioni personali, ma perché è legittimo interrogarsi su come quelle convinzioni si collochino rispetto ai doveri di imparzialità e di parità di trattamento che accompagnano l’esercizio di una funzione pubblica.
Ma anche qui serve prudenza.
Un’opinione politica, per quanto controversa, non dimostra automaticamente un comportamento discriminatorio in aula. Per arrivare a una simile conclusione occorrerebbero elementi concreti relativi all’attività didattica e al rapporto con gli studenti.
Ed è proprio questa distinzione che dovrebbe impedire alla vicenda di trasformarsi in una gara tra schieramenti.
La professoressa può essere criticata per determinate affermazioni pubbliche, così come può essere riconosciuta per il suo atteggiamento di perdono nei confronti del ragazzo che l’ha aggredita.
Il tredicenne deve essere chiamato a rispondere, secondo le modalità previste per la sua età e dalla legge, del gravissimo gesto compiuto. Ma contemporaneamente bisogna cercare di capire cosa abbia portato un ragazzo di tredici anni a pianificare un’aggressione, portare coltelli a scuola, utilizzare spray urticante e tentare di trasformare la violenza in un contenuto da trasmettere online.
E bisogna soprattutto interrogarsi sul ruolo degli adulti.
Perché c’è un elemento della vicenda che dovrebbe preoccupare tutti, al di là delle appartenenze politiche: un ragazzo di tredici anni avrebbe preparato un’aggressione e cercato di renderla una sorta di evento da condividere attraverso una piattaforma digitale.
È su questo terreno che la scuola, la famiglia, la società e il mondo digitale sono chiamati a interrogarsi.
Non basta fermarsi al coltello.
Non basta fermarsi al voto.
Non basta nemmeno fermarsi ai post politici della docente.
La domanda più difficile è capire che cosa stia accadendo nella formazione dei nostri ragazzi quando la rabbia, il conflitto con un insegnante e il bisogno di essere riconosciuti possono arrivare a trasformarsi in violenza programmata e potenzialmente spettacolarizzata online.
E c’è poi il gesto dell’altro tredicenne.
Un ragazzo di origine congolese che, secondo le ricostruzioni, davanti a una compagna o a un’insegnante in pericolo è intervenuto per fermare l’aggressore.
È un elemento che dovrebbe ricordarci una cosa molto semplice: prima delle categorie politiche vengono le persone.
La scuola è esattamente questo: un luogo nel quale ragazzi con storie familiari, origini, culture e idee differenti entrano ogni mattina nello stesso edificio e devono imparare a convivere.
Per questo la questione della neutralità pedagogica non può essere ridotta alla richiesta di eliminare le opinioni personali degli insegnanti. Deve piuttosto riguardare la capacità della scuola di garantire a ogni studente dignità, rispetto, parità di trattamento e libertà di apprendere senza essere giudicato sulla base della propria origine o delle proprie condizioni personali.
E proprio per questo sarebbe altrettanto sbagliato utilizzare una vicenda così dolorosa per costruire un processo politico alla docente.
La violenza subita da Isabella Marsilio non diventa meno grave per le sue opinioni politiche.
E le sue opinioni politiche non diventano automaticamente irrilevanti solo perché è stata vittima di una violenza.
Sono due questioni diverse, che devono rimanere distinte.
La prima riguarda la sicurezza degli insegnanti e degli studenti.
La seconda riguarda il rapporto tra libertà personale, funzione pubblica e responsabilità educativa.
In mezzo c’è una scuola che dovrebbe essere capace di affrontare entrambe senza trasformarle in una guerra ideologica.
È una riflessione che va ben oltre Centocelle e che riguarda l’intero sistema educativo.
Non per cercare colpevoli a tutti i costi, ma per comprendere.
Non per imporre una visione politica ai ragazzi, ma per insegnare loro a confrontarsi con visioni diverse.
Non per cancellare le differenze, ma per impedire che le differenze diventino motivo di esclusione.
È anche su questi temi — deontologia, etica dell’insegnamento, responsabilità educativa e ruolo della scuola nella società contemporanea — che si concentrerà il confronto previsto per il 22 ottobre a Roma nell’ambito del convegno dedicato alla riflessione epistemologica ed educativa.
Perché episodi come quello di Centocelle non possono essere affrontati soltanto nell’immediatezza della cronaca.
Richiedono una domanda più profonda: che cosa significa oggi educare?
E soprattutto: quale responsabilità hanno gli adulti quando entrano ogni giorno in una classe e si trovano davanti ragazzi che stanno ancora costruendo la propria identità, il proprio senso del limite e il proprio rapporto con gli altri?
Forse è da queste domande, più che dalle contrapposizioni politiche, che dovrebbe ripartire il dibattito sulla scuola.
E forse il gesto più significativo di questa storia, almeno sul piano umano, rimane quello di un ragazzo che ha visto un’altra persona in pericolo e ha deciso di intervenire.
Al di là della sua origine.
Al di là della sua cittadinanza.
Al di là delle idee politiche degli adulti.
Semplicemente, ha aiutato qualcuno.
