«La gente comune ama l’Italia molto più di quanto si racconti». È una frase che racchiude il senso di una lunga e appassionata riflessione del generale Pietro Tornabene, già comandante dell’Istituto Geografico Militare di Firenze e protagonista di una carriera lunga oltre quarant’anni al servizio dello Stato. Un percorso professionale e umano che lo ha portato a operare in Italia e all’estero, a confrontarsi con le grandi questioni geopolitiche internazionali e a vivere in prima persona alcuni dei momenti più significativi della storia recente.
Nel corso dell’intervista, Tornabene ha affrontato numerosi temi: il significato del servizio nelle Forze Armate, il rapporto tra cittadini e istituzioni, il valore della memoria storica, il ruolo dei simboli nazionali e il senso di appartenenza che continua a legare milioni di italiani alla propria Patria, anche quando vivono lontano dai confini nazionali.
Il punto di partenza è stato il ricordo del giorno in cui, il 21 giugno 2023, lasciò il comando dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, concludendo formalmente la propria carriera militare. Un momento che ancora oggi conserva una forte carica emotiva.
«Quando si lascia la divisa dopo oltre quarant’anni di servizio si prova inevitabilmente un sentimento contrastante», racconta. «Da una parte c’è la soddisfazione per aver portato a termine un percorso che ha dato senso alla propria vita. Dall’altra c’è la consapevolezza di lasciare una realtà che è stata il centro della propria esistenza. Per me è stato un momento di gioia e di dolore insieme».
La gioia, spiega, era legata alla possibilità di dedicare più tempo alla famiglia, spesso sacrificata per le esigenze del servizio. Il dolore derivava invece dalla conclusione di una missione che aveva accompagnato ogni fase della sua vita adulta.
«Chi sceglie la carriera militare sa che non si tratta di un lavoro come gli altri. È una scelta che richiede dedizione totale. Significa mettere il bene della collettività davanti alle proprie esigenze personali. Significa essere pronti a servire ovunque e in qualsiasi circostanza».
Una concezione del servizio che Tornabene considera ancora oggi il fondamento dell’identità militare.
«Le donne e gli uomini in uniforme sono cittadini che hanno scelto di servire la Nazione. Troppo spesso ci si dimentica che prima di essere militari sono cittadini come tutti gli altri. La differenza è che hanno accettato di assumersi responsabilità particolari e, se necessario, di mettere a rischio la propria vita».
Alla base di questa visione vi è anche la storia personale del generale. Figlio di un Carabiniere, Tornabene riconosce nel padre il primo e più importante maestro di vita.
«Mio padre era un carabiniere semplice. Non occupava posizioni di prestigio, ma possedeva una qualità straordinaria: un profondo senso dello Stato. Fin da bambino ho osservato il suo rispetto per le istituzioni e il suo attaccamento alla divisa. È stato lui a trasmettermi il significato autentico della parola servizio».
Da quell’esperienza familiare nasce anche una convinzione che Tornabene considera fondamentale: amare la Patria significa rispettare tutti.
«Quando si ama davvero il proprio Paese non si amano soltanto coloro che la pensano come noi. Si rispettano anche le persone che hanno idee differenti. Le istituzioni appartengono a tutti e devono essere al servizio di tutti».
Accanto alla carriera militare emerge poi il profilo dello studioso. Tre lauree – Scienze Strategiche, Ingegneria Civile e Scienze Internazionali e Diplomatiche – testimoniano una costante attenzione alla formazione culturale.
«Ho sempre amato leggere. Credo che lo studio sia una componente indispensabile per chiunque abbia responsabilità pubbliche. Un ufficiale non deve soltanto comandare. Deve anche comprendere, analizzare, insegnare e trasmettere conoscenza».
Tra le esperienze che più hanno segnato il suo percorso professionale figurano certamente gli anni trascorsi negli Stati Uniti come addetto militare presso l’Ambasciata italiana a Washington tra il 2010 e il 2014.
Un periodo che coincide con una fase particolarmente delicata della storia internazionale e che gli ha consentito di osservare da vicino la realtà americana.
«È stata un’esperienza straordinaria, sia dal punto di vista professionale sia da quello umano. Ho avuto il privilegio di lavorare in un contesto internazionale di altissimo livello e allo stesso tempo di vivere una realtà molto diversa da quella europea».
Tornabene ricorda ancora con grande intensità le visite al Pentagono, dove era ancora vivo il ricordo dell’11 settembre.
«Le ferite di quell’attacco erano ancora evidenti. Non soltanto sulle strutture, ma soprattutto nelle persone. Si percepiva chiaramente quanto quell’evento avesse cambiato il modo di vedere il mondo e la sicurezza internazionale».
Parlando degli Stati Uniti, il generale si sofferma anche sul forte senso di appartenenza che caratterizza la società americana.
«Una delle cose che mi ha sempre colpito è il rapporto con i simboli nazionali. La bandiera americana è presente ovunque e viene esposta con naturalezza. Non per esibizione, ma come manifestazione di appartenenza. È un elemento che unisce comunità molto diverse tra loro».
Da questa osservazione nasce una riflessione sull’Italia e sul rapporto degli italiani con la propria identità nazionale.
«Spesso si racconta un’Italia distante dai propri simboli. Io credo invece che la realtà sia molto diversa. La gente comune ama l’Italia molto più di quanto si racconti. Lo vedo nelle persone che incontro, nelle famiglie, nei militari, nei giovani e soprattutto negli italiani che vivono all’estero».
Secondo Tornabene, esiste una differenza significativa tra la percezione diffusa nel dibattito pubblico e il sentimento reale dei cittadini.
«La maggioranza degli italiani prova un sincero affetto per il proprio Paese. Forse non sempre lo manifesta in modo plateale, ma questo sentimento esiste ed è molto più forte di quanto alcuni vogliano far credere».
Uno dei passaggi più approfonditi dell’intervista ha riguardato l’Inno di Mameli, argomento sul quale il generale ha mostrato una profonda conoscenza storica.
Ripercorrendo le origini del “Canto degli Italiani”, Tornabene ha ricordato come il testo sia stato scritto nel 1847 da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro nel pieno della stagione risorgimentale.
«Parliamo di un’Italia che ancora non esisteva. Era un insieme di Stati separati. Quei giovani patrioti sognavano una Nazione unita e libera. Molti rischiavano il carcere semplicemente per aver espresso quelle idee».
Per questo motivo respinge con decisione alcune interpretazioni contemporanee.
«Definire l’Inno di Mameli un inno fascista significa ignorare la storia. È un inno che nasce decenni prima del fascismo e che affonda le proprie radici nel Risorgimento e nei valori dell’unità nazionale».
Il generale si è soffermato anche sulla recente eliminazione del celebre “sì” finale nelle esecuzioni ufficiali dell’inno, una scelta che non condivide.
«Quel sì fa parte della tradizione musicale e storica del Canto degli Italiani. Non era una semplice aggiunta casuale. È stato per generazioni un elemento caratteristico dell’inno e della sua interpretazione».
Per Tornabene, tuttavia, la questione va oltre il semplice aspetto musicale.
«I simboli raccontano chi siamo. Bandiera, inno e memoria storica contribuiscono a costruire il senso di appartenenza di una comunità nazionale. Per questo meritano rispetto e conoscenza».
Il generale (nella lunga intervista qui disponibile, che ha toccato tanti temi di geopolitica e attualità) ha voluto richiamare il significato più autentico della parola Patria.
«Patria non è una parola da utilizzare per dividere. È una parola che unisce. Significa terra dei padri, lingua, cultura, storia condivisa. Significa le persone che amiamo, i luoghi in cui siamo cresciuti e i valori che ci accompagnano».
Un concetto che emerge con particolare forza tra gli italiani residenti all’estero.
«Ho conosciuto tantissimi connazionali nel mondo. Spesso mi raccontano che una delle emozioni più forti è sentire parlare italiano lontano da casa. In quel momento comprendono davvero il valore delle proprie radici».
Parole che sintetizzano il pensiero di un uomo che ha dedicato l’intera vita al servizio dello Stato e che continua ancora oggi a promuovere una visione dell’Italia fondata sul rispetto delle istituzioni, sulla memoria storica e sul senso di comunità.
Una testimonianza che arriva in un periodo storico caratterizzato da profonde trasformazioni internazionali e da un acceso confronto sui temi dell’identità e dell’appartenenza. E che lascia un messaggio chiaro: al di là delle polemiche e delle contrapposizioni, esiste un legame profondo tra gli italiani e il loro Paese.
Un legame che, secondo il generale Pietro Tornabene, continua a vivere nel cuore di milioni di persone. Molto più di quanto spesso venga raccontato.
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