L’acqua che arriva ogni giorno nelle nostre case è davvero sicura fino al momento in cui riempiamo il bicchiere? Dal 13 luglio entra in vigore in Italia una nuova fase nei controlli sulla qualità dell’acqua potabile, con particolare attenzione ai Pfas, le cosiddette “sostanze chimiche eterne” per la loro capacità di persistere nell’ambiente.
La novità più importante, però, non riguarda soltanto il monitoraggio di questi contaminanti. Il vero cambiamento riguarda il concetto stesso di sicurezza: il controllo non si fermerà più alla rete dell’acquedotto, ma dovrà estendersi fino al punto finale di utilizzo, cioè il rubinetto del consumatore.
La responsabilità della qualità dell’acqua sarà quindi condivisa tra il gestore del servizio idrico e il gestore della distribuzione idrica interna degli edifici, chiamato a garantire che il percorso finale dell’acqua non comprometta le sue caratteristiche.
Un passaggio che introduce un nuovo modo di considerare l’acqua, sempre più vicina al concetto di alimento. Come una materia prima utilizzata nell’industria alimentare e nella ristorazione, anche l’acqua diventa parte integrante della sicurezza della filiera.
L’acqua è probabilmente l’ingrediente più utilizzato e meno considerato nella preparazione dei cibi. È presente in ogni cucina: serve per lavare frutta e verdura, cuocere pasta e riso, preparare brodi, impasti e bevande, produrre ghiaccio, alimentare macchine del caffè e riempire le caraffe portate ai tavoli dei ristoranti.
Nonostante il suo ruolo fondamentale, raramente viene valutata come elemento capace di incidere sulla qualità finale di un piatto. Le nuove regole puntano proprio a rafforzare questa consapevolezza: la sicurezza alimentare passa anche dall’acqua utilizzata nelle preparazioni quotidiane.
Le nuove disposizioni introdotte dal decreto legislativo 102/2025 rafforzano il principio della valutazione del rischio lungo tutta la filiera, già previsto dal decreto legislativo 18/2023, che ha aggiornato in Italia il recepimento della direttiva europea sull’acqua potabile.
Il principio è semplice: non è sufficiente verificare che l’acqua sia conforme quando lascia l’acquedotto pubblico. Occorre assicurarsi che mantenga gli stessi standard anche dopo il passaggio attraverso tubazioni interne, serbatoi, autoclavi, filtri e altri componenti presenti negli edifici.
Un meccanismo simile a quello già applicato nella sicurezza alimentare. Un prodotto può essere perfettamente conforme alla produzione, ma modificarsi durante il trasporto o la conservazione. Allo stesso modo, anche l’acqua può subire alterazioni nell’ultimo tratto del suo percorso prima dell’utilizzo.
Il decreto individua una figura specifica: il Gestore della Distribuzione Idrica Interna (GIDI), ovvero il soggetto responsabile dell’impianto compreso tra il punto di consegna dell’acquedotto e il rubinetto.
Non significa necessariamente creare un nuovo incarico. Il ruolo potrà essere ricoperto, a seconda delle situazioni, dal proprietario dell’immobile, dall’amministratore di condominio, dal responsabile di una struttura, dal gestore di un’attività o da chi abbia la gestione dell’impianto idrico.
Negli edifici considerati prioritari, come ospedali, scuole e strutture ricettive, questa responsabilità assume un valore ancora maggiore. Sarà necessario verificare che tubazioni, serbatoi, autoclavi e altri elementi tecnici non compromettano la qualità dell’acqua prima del suo utilizzo.
La prima grande applicazione delle nuove regole riguarda i Pfas, sostanze utilizzate per decenni in numerosi settori industriali e presenti in prodotti come tessuti impermeabili, rivestimenti antiaderenti, imballaggi e cosmetici.
La loro caratteristica principale è la persistenza: possono rimanere nell’ambiente per lunghi periodi, entrare nella catena alimentare e rappresentare un possibile rischio per la salute.
Il problema è anche legato alla loro invisibilità. I Pfas non modificano colore, odore o sapore dell’acqua e possono essere individuati soltanto attraverso analisi di laboratorio specifiche.
Dal 13 luglio diventa operativo il nuovo limite nazionale per la somma di quattro Pfas considerati prioritari: Pfoa, Pfos, Pfna e Pfhxs. La soglia massima consentita sarà di 20 nanogrammi per litro, un valore definito sulla base delle valutazioni scientifiche dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa).
L’entrata in vigore della norma era inizialmente prevista per gennaio, ma è stata posticipata di sei mesi per permettere ai gestori idrici di adeguare strumenti, tecnologie e sistemi di controllo.
Il percorso di aggiornamento non termina con i Pfas. Dal 31 dicembre 2026 entreranno in vigore nuove regole europee sui materiali destinati al contatto con l’acqua potabile.
Tubazioni, raccordi, guarnizioni, rivestimenti e componenti degli impianti dovranno rispettare criteri armonizzati a livello comunitario, con l’obiettivo di limitare il rilascio di sostanze indesiderate nell’acqua destinata al consumo umano.
Dal 13 gennaio 2027 sarà inoltre monitorato il Tfa, l’acido trifluoroacetico, un composto appartenente alla famiglia dei Pfas e considerato dalla comunità scientifica europea uno degli inquinanti emergenti più rilevanti.
Per questa sostanza il limite fissato sarà di 10 nanogrammi per litro.
La nuova normativa segna quindi un cambio di prospettiva: la sicurezza dell’acqua non riguarda più soltanto ciò che esce dall’acquedotto, ma tutto il percorso che porta fino al bicchiere del cittadino. Un principio che avvicina sempre più acqua e alimentazione, riconoscendo il ruolo essenziale di una risorsa che ogni giorno arriva sulle nostre tavole.
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