Ogni tanto mi capita di camminare per Roma e staccare la spina dal ritmo quotidiano. Mi fermo a guardarla con gli occhi del turista, anche se ormai sono tanti anni che vivo e lavoro qui, che percorro le sue strade tra scuola, impegni e le solite routine. È una sensazione strana e bellissima: riscoprire la bellezza di questa città come se fosse la prima volta, lasciandosi sorprendere dalla sua luce di novembre, calda e tersa, che filtra tra i rami spogli dei viali o sulle rive del Tevere.
Eppure, proprio a novembre, quando la Capitale si avvolge in questa atmosfera rarefatta, il pensiero torna indietro. Si riaccende quel legame viscerale con Palermo, la mia terra d’origine, e con una tradizione che per me ha il sapore intimo della famiglia: il Giorno dei Morti.
Per chi è nato e cresciuto a Palermo, il 2 novembre non è mai stata soltanto una ricorrenza malinconica. È sempre stata, a tutti gli effetti, una festa colorata e attesa quasi quanto il Natale.
Fin da bambini, si andava a dormire con quella trepidazione speciale, sapendo che “i morti”, le persone care che non c’erano più, avrebbero portato regali, giocattoli e i dolci della tradizione, dai frutti di martorana ai pupaccena di zucchero. Un modo profondo, squisitamente siciliano, per insegnare ai più piccoli a non aver paura dell’assenza, a trasformare il ricordo in presenza dolce, in festa, in continuità tra chi c’era e chi c’è.
Vivere a Roma da molti anni significa far convivere queste due anime: l’incanto di scoprirsi ancora “turisti” nella città che ti ha accolto e la memoria viva delle radici che ti hanno formato.
È proprio in questa sovrapposizione di sensazioni che la poesia Novembre di Giovanni Pascoli trova il suo senso più profondo.
Gemmea l’aria, il sole così chiaro che tu ricerchi gli albicocchi in fiore, e del prunalbo l’odorino amaro senti nel cuore…
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante di nere trame segnano il sereno, e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante sembra il terreno.
Silenzio, intorno: solo, alle ventate, odi lontano, da giardini ed orti, di foglie un cader fragile. È l’estate, fredda, dei morti.
In questi celebri versi, Pascoli descrive la cosiddetta “estate dei morti”: quella parentesi di sole limpido e mite che spesso caratterizza l’inizio di novembre. All’inizio l’illusione è perfetta: la luce è così nitida che sembra quasi primavera. Poi, lo sguardo coglie i rami secchi, il silenzio, il “cader fragile” delle foglie, ricordandoci la realtà della stagione autunnale.
Ma Pascoli non vuole rattristarci. Ci mostra come la memoria, proprio come quel sole fuoristagione, abbia il potere straordinario di farci riassaporare il calore di ciò che abbiamo amato, anche quando appartiene al passato o a luoghi lontani.
Camminare per Roma nei primi giorni di novembre diventa allora un’esperienza intima. La luce della Capitale che illumina le rovine e i parchi si fonde con il profumo dei ricordi palermitani.
Guardare Roma da “turista” significa concedersi il lusso dello stupore; ricordare il Giorno dei Morti come lo si festeggiava a casa significa custodire le proprie radici. E la poesia di Pascoli fa da ponte tra questi due mondi, ricordandoci che ogni ricordo felice non è mai davvero perduto, finché continuiamo a portarlo nel cuore.
Io sono Leonardo Durante e questa oggi non è proprio SCIENZA 😉
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