24 Luglio 2026
Animali, Natura, Ambiente

Da San Cesareo un’idea che vuole restituire vita alla terra: l’intervista di ConosciRoma al progetto Biolò

C’è un tipo di innovazione che non nasce dentro un laboratorio ultramoderno o in una startup della capitale. Nasce in un campo, con le scarpe sporche di terra, osservando la natura e facendosi domande semplici. È questa la storia di Biolò, un progetto nato a San Cesareo, alle porte di Roma, dove due ragazzi hanno deciso di dedicarsi a qualcosa che oggi sembra quasi controcorrente: produrre humus di lombrico attraverso un processo lento, naturale e completamente artigianale.

Dietro Biolò ci sono Fabio e Diego, sedici e quattordici anni, ma anche due papà, Germano e Claudio, che hanno scelto di accompagnare questa avventura senza sostituirsi ai loro figli. Li aiutano, li consigliano, li sostengono, lasciando però che siano i ragazzi a costruire il proprio percorso.

Abbiamo incontrato proprio Germano e Claudio per farci raccontare come nasce un’idea così particolare e perché, oggi più che mai, parlare di terra significa parlare del nostro futuro.

Partiamo dall’inizio. Come nasce Biolò?

Germano: Nasce quasi per caso, come succede con le idee migliori. Fabio e Diego sono due ragazzi curiosi. Uno studia chimica e biologia, l’altro l’istituto alberghiero. Hanno caratteri diversi, ma condividono una cosa importante: vogliono capire come funzionano le cose. Non si accontentano delle risposte semplici. Un giorno hanno scoperto il mondo dell’humus di lombrico e da lì hanno iniziato a leggere, studiare, guardare video, confrontarsi con agricoltori e appassionati. Più imparavano e più capivano che dietro quei piccoli animali esisteva un universo straordinario.

Quando avete capito che non sarebbe rimasta soltanto una curiosità?

Claudio: Quando li abbiamo visti continuare. Le passioni passeggere durano qualche settimana. Questa no. Tornavano continuamente sull’argomento. Parlavano di microbiologia del terreno, di sostanza organica, di biodiversità. Noi, da genitori, abbiamo pensato che invece di dire “lascia perdere” fosse molto più utile aiutarli a trasformare quella curiosità in un progetto concreto. Non abbiamo costruito noi Biolò. Abbiamo semplicemente deciso di camminargli accanto.

Oggi si parla molto di sostenibilità. Cosa rende diverso il vostro progetto?

Germano: Il fatto che non rincorre la velocità. Viviamo in un’epoca dove tutto deve essere immediato. Anche in agricoltura spesso si cercano prodotti che promettono risultati nel minor tempo possibile. L’humus di lombrico, invece, insegna l’esatto contrario. Ti obbliga ad aspettare. A rispettare i tempi della natura. I lombrichi trasformano lentamente la materia organica, senza scorciatoie. Noi abbiamo deciso di rispettare quel ritmo. È una scelta che può sembrare poco conveniente, ma crediamo sia l’unico modo per ottenere un prodotto davvero ricco di vita biologica.

Perché proprio San Cesareo?

Claudio: Perché è casa. E perché spesso ci dimentichiamo quanto sia prezioso questo territorio. San Cesareo, insieme a tutta l’area prenestina, sorge su terreni di origine vulcanica che raccontano una storia antichissima. Qui la terra ha sempre avuto una vocazione agricola. Vigneti, uliveti, orti, frutteti fanno parte del paesaggio da generazioni. Sarebbe stato assurdo immaginare Biolò altrove. Noi non volevamo soltanto produrre qualcosa. Volevamo che ogni sacco di humus raccontasse il luogo da cui nasce.

Nel vostro racconto ricorre spesso una frase: “ridare vita alla terra”. Cosa significa davvero?

Germano: Significa cambiare prospettiva. Per anni abbiamo pensato soltanto a nutrire le piante. Noi vogliamo prima nutrire il terreno. Perché se il suolo è vivo, tutto il resto funziona meglio. È un concetto semplice, ma rivoluzionario. L’humus non è soltanto un fertilizzante. È il risultato di milioni di processi biologici che aiutano il terreno a ritrovare equilibrio. Noi diciamo spesso che prima della pianta viene la terra. E prima ancora viene la vita che quella terra ospita.

Quanto conta l’aspetto educativo di questo progetto?

Claudio: Tantissimo. Fabio e Diego stanno imparando che ogni errore insegna qualcosa. Oggi si documentano continuamente. Domani magari frequenteranno corsi, incontreranno ricercatori, visiteranno aziende. Ma la cosa bella è che stanno costruendo questa esperienza passo dopo passo. Nessuno gli ha regalato una strada già pronta. Biolò è diventato il loro laboratorio a cielo aperto, dove la teoria studiata sui libri incontra la pratica quotidiana.

Voi siete anche molto presenti nella comunicazione del progetto. Perché raccontare tutto, anche gli errori?

Germano: Perché oggi siamo circondati da aziende che mostrano solo il risultato finale. Noi vogliamo fare l’opposto. Racconteremo i dubbi, gli sbagli, gli esperimenti riusciti e quelli falliti. Crediamo che le persone si fidino di chi mostra il percorso, non soltanto il traguardo. Biolò non vuole sembrare perfetto. Vuole essere autentico.

Claudio, cosa vi augurate per Fabio e Diego?

Claudio: Che continuino a essere curiosi. Se domani Biolò diventerà un’azienda importante saremo felici. Se rimarrà una piccola realtà artigianale saremo comunque orgogliosi. Il vero successo è aver visto due ragazzi scegliere di costruire qualcosa invece di limitarsi a consumare quello che altri hanno creato. Questa è la lezione più importante.

Se doveste riassumere Biolò in una frase?

Germano: Direi che è un progetto nato dalla terra per restituire vita alla terra. Dentro ci sono i lombrichi, certo. C’è l’humus. Ma soprattutto ci sono quattro persone che credono che il cambiamento possa partire anche da un piccolo campo di San Cesareo. Fabio e Diego hanno avuto il coraggio di immaginare qualcosa di diverso. Noi abbiamo semplicemente deciso di credere in loro.

Le storie più belle non sono sempre quelle che partono dai grandi centri. A volte prendono forma in provincia, dove il tempo scorre ancora con ritmi più umani e dove la natura continua a insegnare che la crescita richiede pazienza.

Biolò è ancora all’inizio del suo percorso, ma rappresenta già qualcosa di prezioso: la dimostrazione che le nuove generazioni possono riscoprire il valore della terra senza nostalgia, guardando al futuro con strumenti moderni ma con radici ben salde nel territorio. In un’epoca in cui tutto sembra consumarsi rapidamente, vedere due ragazzi scegliere un processo lento, artigianale e rispettoso dei cicli naturali è una notizia che merita di essere raccontata.

E forse il messaggio più importante arriva proprio da qui, da San Cesareo, dove quattro persone hanno deciso che per costruire il domani bisogna partire da ciò che troppo spesso diamo per scontato: il suolo sotto i nostri piedi. Perché è lì che nasce ogni forma di vita. E forse è proprio da lì che può rinascere anche il nostro rapporto con la natura.