C’è qualcosa di particolarmente affascinante nella storia di Rino Gattuso. Perché il calcio, qualche volta, restituisce ciò che sembrava aver tolto. E perché le carriere degli allenatori, proprio come quelle dei calciatori, non seguono necessariamente una linea retta. Ci sono cadute, occasioni mancate, giudizi impietosi e momenti nei quali sembra che il destino abbia già scritto il proprio verdetto. Poi arriva una stagione capace di cambiare tutto.
Ne avevamo parlato anche durante uno speciale di Fast News Platform, insieme a Giuseppe Livadoti e Gianni Saporito. Il percorso di Gattuso, la distanza tra il campione che aveva conquistato il mondo da calciatore e l’allenatore alla ricerca della propria definitiva consacrazione, le difficoltà incontrate lungo la strada. Oggi quel confronto assume un significato diverso. Perché Gattuso, dopo tante delusioni, sembra aver trovato finalmente la dimensione nella quale esprimere tutto il proprio valore.
E la sua Lazio, giornata dopo giornata, sta trasformando una partenza straordinaria in qualcosa di molto più importante: una candidatura credibile alla conquista del campionato.
L’ultima dimostrazione è arrivata oggi, all’Olimpico, contro un Cagliari tutt’altro che arrendevole. Una partita complicata, di quelle che mettono alla prova soprattutto la personalità di una squadra che vuole vincere. I sardi sono passati in vantaggio con Nzola, sfruttando un’incursione di Fadera e dimostrando di poter mettere in difficoltà i biancocelesti.
La risposta laziale è arrivata con Isaksen, protagonista di una splendida conclusione che ha ristabilito la parità prima dell’intervallo. Ma la partita non era affatto finita.
Nella ripresa il Cagliari ha continuato a lottare, costringendo la Lazio a cercare con pazienza e determinazione lo spazio giusto. Poi, al 38′, è arrivata la giocata decisiva: Pedraza ha messo in mezzo un pallone sul quale Pinamonti si è fatto trovare pronto, firmando di testa il gol del definitivo 2-1.
Una rete pesantissima, arrivata quando il tempo cominciava a diventare un avversario. Gli ultimi minuti, l’espulsione di Obert, la pressione degli ospiti e la necessità di difendere un risultato che vale molto più dei tre punti. La Lazio ha resistito, ha sofferto e alla fine ha festeggiato.
È proprio questo il particolare che merita attenzione: non soltanto vincere quando si domina, ma riuscire a portare a casa le partite quando tutto diventa complicato.
I numeri raccontano una stagione fin qui straordinaria: nove vittorie nelle prime dieci giornate, 28 punti conquistati e primato solitario con tre lunghezze di vantaggio sull’Inter.
Non è più soltanto una bella sorpresa. È una squadra che sta imponendo il proprio ritmo al campionato e che, soprattutto, sta dimostrando di avere una straordinaria capacità di trovare la vittoria anche nelle situazioni più difficili.
E qui torniamo a Gattuso.
Da calciatore è stato un campione straordinario, uno di quelli che hanno costruito la propria grandezza attraverso il sacrificio, la grinta, la personalità e una capacità quasi viscerale di vivere ogni partita. Ha vinto tutto ciò che un professionista può desiderare, compreso il Mondiale del 2006. Da allenatore, invece, il cammino è stato decisamente più accidentato.
Ci sono state esperienze positive, momenti di crescita, ma anche separazioni, aspettative non mantenute e delusioni pesanti. L’ultima, quella alla guida della Nazionale, ha inevitabilmente rappresentato una ferita professionale difficile da ignorare. Per un uomo che ha sempre vissuto il calcio come una questione di appartenenza e responsabilità, non deve essere stato semplice ripartire dopo quella parentesi.
Eppure il calcio (come spesso la vita!) offre sempre un’altra possibilità a chi ha il coraggio di rimettersi in discussione.
Oggi Gattuso sembra aver trovato una squadra capace di interpretare il suo carattere e, contemporaneamente, di esprimere qualità tecniche e ambizioni. Una Lazio concreta, determinata, capace di reagire alle difficoltà e soprattutto abituata a vincere.
Nove successi in dieci partite non arrivano per caso. Sono il prodotto di una mentalità che si consolida, di uno spogliatoio che acquisisce fiducia e di un allenatore che evidentemente sta riuscendo a trasmettere le proprie convinzioni. La differenza si vede soprattutto nelle partite sporche, quelle nelle quali il talento da solo non basta e servono personalità, organizzazione e capacità di soffrire.
Ma Gattuso può davvero arrivare fino in fondo e conquistare lo scudetto?
La risposta non può ancora essere definitiva. Il campionato è lungo, le avversarie sono attrezzate e l’Inter, a tre punti, non ha certamente intenzione di recitare la parte dello spettatore. Ci saranno momenti difficili, infortuni, squalifiche, passaggi a vuoto e partite nelle quali la brillantezza di queste prime giornate potrebbe lasciare spazio alla fatica.
La differenza la farà la continuità. E soprattutto la capacità di mantenere equilibrio quando arriveranno le prime vere difficoltà.
Tuttavia, sarebbe un errore considerare questa Lazio soltanto una bella sorpresa. Quando una squadra conquista 28 punti in dieci giornate, vincendo nove partite e perdendone soltanto una, bisogna riconoscerle qualcosa di più di una semplice partenza fortunata.
Bisogna riconoscerle ambizione.
Per Gattuso, poi, questa stagione potrebbe rappresentare molto più di un successo sportivo. Potrebbe essere la risposta a chi aveva già espresso giudizi definitivi sulle sue capacità di allenatore. Non si tratta di cancellare le delusioni del passato, né di trasformare dieci giornate in una consacrazione definitiva. Si tratta di dimostrare che un percorso professionale può ancora sorprendere, anche quando sembra aver imboccato troppe strade senza uscita.
Il campione del mondo del 2006 conosce bene il valore della fatica. Adesso sta cercando di dimostrare che anche dalla panchina si può arrivare in cima.
E mentre l’Inter è costretta a inseguire, la Roma biancoceleste comincia legittimamente a sognare.
La domanda, a questo punto, non è più soltanto quanto durerà la fuga della Lazio. È se Gattuso abbia finalmente trovato la squadra, il progetto e il momento giusto per trasformare una carriera da allenatore fatta di troppe occasioni mancate in una grande storia di riscatto.
Perché questa volta, almeno per adesso, i numeri parlano chiaro.
E forse il bello deve ancora venire.
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